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di Stefano Castelluccio

Pratico karate tradizionale da 33 anni, ed ho cominciato ad insegnarlo circa 10 anni fa. Lo stile che ho sempre seguito sin dall’inizio è lo Shotokai Egami Karate Do, ovvero la Via del karate Shotokai secondo il Maestro Shigeru Egami.
L’invito del Maestro Egami, che è anche l’invito di moltissimi altri Maestri, anche di altre arti marziali, è quello di portare gli insegnamenti della pratica nella vita di tutti i giorni. Questo naturalmente non significa andare a cercarsi una rissa per poter mettere realmente in pratica le tecniche di combattimento. L’idea è, invece, quella di cercare di applicare nella vita i principi basilari del karate-do relativi alla gestione del confronto, con se stessi, con gli altri, con gli eventi e i mutamenti.

Il concetto di “guerriero” (Bushi) che emerge da tutte le arti marziali tradizionali (giapponesi e non), è abbastanza diverso dal suo omologo occidentale classico.
Secondo la tradizione orientale, che trae origini da discipline e principi che risalgono almeno ai tempi di Sun-Tsu e della sua “Arte della Guerra” (Sunzi Bingfa, VI-V sec. A.C.), il guerriero perfetto è quello che evita il combattimento, la vera vittoria avviene quando si scongiura una guerra.
Le doti più alte di un Bushi si esprimono quindi molto prima dello scontro fisico, la battaglia vera deve iniziare molto prima della guerra, ed è volta all’eliminazione del vero nemico, ossia della guerra stessa.
Portando i principi al livello del confronto uomo a uomo, il guerriero più abile non conta sulla forza e sulla tecnica per “distruggere il nemico”, bensì lavora sull’aggressività e sull’ostilità (sulla propria in primis, e poi su quella dell’avversario) per spegnerla, trasformarla in altro, e minimizzare i danni per tutti. Questo metodo è tanto più efficace quanto più preventivamente viene applicato. La lotta vera non inizia al momento del confronto fisico, ma molto prima.
In quest’ottica, il Bushi, in quanto depositario delle arti del combattimento, ha il dovere di difendere gli altri e se stessi dalle aggressioni, ma la sua difesa deve anche, e soprattutto, essere proattiva: la “guerra alla guerra” deve essere vissuta e condotta quotidianamente, preventivamente, nella vita di tutti i giorni, creando armonia ed equilibrio nei rapporti interpersonali e impegnandosi costantemente per la pace.

Nella sostanza, il Bushi deve diventare quindi un sottile ed abile esperto nella gestione delle crisi che nascono dal confronto con il cambiamento e con gli altri. Le tecniche di combattimento sono strumenti messi a disposizione per esplorare se stessi e gli altri, prima nel corpo, poi nelle energie, poi nella mente, poi (come meta asintotica) nei livelli più alti dello spirito. Sono metodi per riuscire a cavalcare il cambiamento e dirigere la crisi verso il suo spegnimento, togliendole ciò che la nutre.
Ad un livello più pratico, il guerriero perfetto, ossia colui che vince sempre scongiurando ogni scontro prima ancora del suo nascere, non esiste, pur rimanendo un obbiettivo ideale. Nella vita di tutti i giorni, le “aggressioni”, o più in generale le crisi, capitano. Sulla via di tutti, inclusa quella del Bushi, le prove da affrontare vengono poste continuamente.

In generale, come si apprende (anche) nella pratica delle arti marziali tradizionali, esistono tre modi in cui può essere affrontata una crisi di qualunque tipo, dall’aggressione fisica, a quella verbale, alla malattia, alla perdita del cliente più importante:

  • lo scontro,
  • la fuga,
  • l’accettazione/trasformazione

Lo scontro, ossia l’opposizione di una forza ad un’altra forza, nasce da una reazione istintivo/emotiva naturale che può portare, in caso di superiorità fisica di una parte, ad un vantaggio relativo immediato, ma in generale massimizza il danno di entrambe le parti, e nel medio e lungo termine si rivela sempre controproducente, come la Storia insegna. Per sua natura, è comunque la strategia più semplice da apprendere, ed immediata da applicare, pur rimanendo comunque l’ultima alternativa.
Anche la fuga può nascere da una reazione istintivo/emotiva, innescata dalla paura, ed in generale, quando applicabile con successo, minimizza i danni di entrambe le parti, pur non agendo sulle cause iniziali della crisi. Esistono però forme più sottili di “fuga consapevole” o “azione complementare”, ben note agli artisti marziali ma anche, ad esempio, agli abili oratori: in questi casi la reazione porta ad evitare ogni scontro, ma nel contempo induce premesse per lo spegnimento delle cause della crisi. Spesso, la fuga, soprattutto quella “consapevole”, costituisce la scelta più saggia.
La strategia più difficile e complessa da applicare, che richiede autoconsapevolezza, attenzione, empatia, disponibilità, apertura, capacità di immedesimazione, nonché padronanza di strumenti tecnici ed esperienza, è quella dell’accettazione/trasformazione. Il principio è quello di “lasciarsi travolgere dall’onda”, penetrarne l’interno con tutti i sensi attenti alle strutture ad alle dinamiche degli eventi, poi andare a cercare gli “interruttori” per spegnere la crisi o trasformarla in qualcosa di più innocuo, senza distruggere nulla. Nel confronto ad uomo, significa “diventare l’altro”, agire su di sé per indurre la stessa azione nell’altro, agevolare la strada e non forzarla, invitare e non costringere. Tra tutte, questa è la strategia più efficace ed efficiente, ed è l’unica che può essere applicata preventivamente, per creare quelle condizioni di armonia che sono l’obbiettivo ultimo di ogni guerriero nel Do, ossia sulla via della perfezione.

Nella pratica dei Do, tutto questo significa una base di lavoro impegnativo sul proprio corpo, sulle proprie energie e conseguentemente sulla propria mente ed il proprio spirito. Significa esplorazione del confronto con l’altro e con la crisi in quanto prova, sia all’interno di precisi schemi “laboratorio” che in situazioni di “caos controllato”. Le strategie di gestione delle crisi vengono applicate e comprese attraverso un’esperienza dotata di una grande componente fisica, oltre che mentale.
L’esperienza più ricca delle arti marziali può quindi costituire un veicolo di apprendimento più profondo e potente del semplice approccio verbale/mentale, anche per discipline o metodi che in apparenza appartengono ad altri ambiti.

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