Di Stefano Castelluccio

Nel corso dell’ultima lezione del nostro corso istruttori, uno dei docenti ci ha lanciato una domanda: “Cos’è per voi il karate?”. Naturalmente, ci sono state alcune risposte, tutte interessanti. Come spesso accade quando mi trovo di fronte a domande profonde e significative, gli effetti della provocazione, su di me, non sono stati immediati, ma hanno richiesto un tempo di digestione. Forse, l’intento iniziale era proprio questo. Sta di fatto che non ho una vera e propria risposta, sempre ammesso che domande del genere ammettano una risposta rilevante – sempre ammesso che qualunque domanda ammetta risposte rilevanti.
C’è però un’immagine molto chiara, che in me si associa al significato della pratica del karate. Molti di noi conoscono di persona un Maestro, al quale alcuni mesi fa è stata diagnosticata una malattia piuttosto grave. I medici non gli hanno lasciato molte speranze, informandolo con molto tatto che, con ogni probabilità, non avrebbe visto la fioritura dei ciliegi di quest’anno.
La sua reazione all’evento Ë stata la reazione di un Maestro, e forse la sua più importante lezione. Ne riporto l’essenza: “Ho deciso di guarire”.
Le parole sono importanti, perchè riflettono azioni e pensieri. Uno stereotipo occidentale e molto muscolare avrebbe atteso qualcosa come “Non mi arrenderò e sconfiggerò la malattia”. “Non arrendersi”, “sconfiggere”, “malattia”. Quanti termini negativi, e quanta aggressività dell’animale chiuso in un angolo. Ma questa è la cultura dominante.
Il Maestro, invece, ha deciso di guarire. Ha accettato, ed intrapreso un cammino di cambiamento. Non ha deciso di distruggere, ma di costruire una guarigione. E non ha ancora perso il suo sorriso zen. A tutt’oggi, a fioritura dei ciliegi quasi terminata, è ancora sulla sua strada.

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